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Sri Lanka... impressa nella memoria.

1998, da gennaio a febbraio, un mese pieno di straordinaria emozione lo Sri Lanka.

Il mio primo grande viaggio… eh sì, quando si viaggiava in analogico, no wi-fi, no smartphone, no camera digitale, solo 15 rullini di scatti fotografici con la mia amata Yashica reflex.
Rientro dal viaggio e si ritorna alla frenesia del tempo stretto, sempre la medesima dannatissima spola tra le tante cose da fare e le “ponderatissime scelte sbagliate”.

Vabbè, morale della favola, rimanda oggi e rimanda domani, i 15 rullini rimangono in un cassetto per giorni, anni e poi scade il tempo, NO FOTO.
Il rammarico di aver poi rimandato, dimenticato, lasciato in un cassetto le prove di quella bellissima esperienza ancora oggi mi fa “dannare”.

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L’isola di Ceylon l’ho girata tutta BELLISSIMAAAAAAA!!!

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2020… mamma mia, quanti anni sono passati, bastati, andati, rimandati a quel mese vissuto in Sri Lanka

e se anche un rullino scade, non scade il ricordo impresso nella mente di quei tramonti sull’oceano indiano a mangiare ostriche staccate con un coltellino su di un isolotto a piedi scalzi, senza fronzoli tra i capelli, soltanto succo di lime.

E poi le avventure nella giungla, ospitati da una famiglia del posto a sorseggiare il the, seduti per terra dentro una capanna e le liane a fare da tendina.

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shot after shot in Sri Lanka mi è capitato di

attraversare le strade sterrate e vedere elefanti maestosi festosamente colorati, contrapporsi all’andamento riservato e sacro delle mucche.

Poi ancora banchetti divinamente adornati di spezie, sculture in ebano, straordinari batik, tutto avvolto in una nuvola che profuma d’incenso.

Spostarsi da una città all’altra sui mitici Tuc Tuc (moto ape adibite a taxi), visitare templi attraversando la laguna a bordo di canoe a bilanciere, tra mangrovie e grandi coccodrilli.

Da lontano, si scorgono campi di un verde intenso con macchie di colori accesi e sgargianti e solo quando ci si avvicina, ci si accorge che sono i tessuti dei vestiti delle donne intente a raccogliere le foglie delle piante di The.

In spiaggia, di notte ho assistito all’incantevole corsa verso le onde di piccolissime tartarughe neonate e la mattina presto i raccoglitori di cocco come funanboli volteggiare tra una palma e l’atra, e poi, un po’ più in là “I pescatori di Weligama” che sembrano dei fenicotteri. Arriva il tramonto e altro ancora tra danze e tutto il folklore che vuoi.

Curiosità: gli abitanti dell’isola si adoperano veloci nel mettere enormi tappeti per terra aspettando il pulmino di turno, che “omologato” per due-centomila passeggeri, ci passi velocissimo sopra. Be’ questo il loro modo insolito per pulirli dalla polvere.

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Sfidare la forza di gravità per scalare una montagna di 2.243 metri, in una catartica, “verticalissima” processione senza sosta dalle h 21:00 fino alle prime ore del mattino, per vedere sorgere il sole.

Tutte le lingue del mondo in fila, in perfetto ritiro spirituale verso la “montagna delle farfalle” Sri Pada in Singalese, per i Tamil “piede sacro”, in inglese “Adam’s Peak”.

Il giorno dopo l’acido lattico è la sola cosa che puoi indossare, ma sei assetata di vedere tutto, non può un muscolo dolorante impedirti di ritrovarti sospesa tra il cielo e la parete rocciosa di un’altra poderosa scalata con una fune stretta intorno ai fianchi per arrivare in cima, mentre il respiro si accorcia, la meta da raggiungere diventa lontanissima.

Però è proprio quando pensi che stai per morire che ti ritrovi sul podio, hai vinto il premio più bello di sempre: Sigiriya… SPETTACOLO.

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Quanta contemplazione si può catturare in una fotografia?

In quale scatto ho trattenuto per un tempo lunghissimo il respiro per non tremare davanti a tanta bellezza?

Sarebbe giusto dopo ventidue anni ricordare fino a qui, ma la memoria del viaggio tradisce sempre perché non scorderò mai gli occhioni grandi, neri, profondi dei bambini e le loro vocine in una filastrocca composta soltanto da due parole “birò e bombò”.

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Poi giro l’angolo e come se prendessi un pugno allo stomaco da un perfetto sconosciuto, vedo un ragazzo senza gambe, seduto sulla scalinata, chiede soldi. Dopo di lui un altro e poi ancora altri ragazzi, mutilati.

E quel sorriso ebete scesa dall’aereo a Necombo, appena arrivata, presa da quella strana energia che provi soltanto quando sei dopata di euforia perché sei in vacanza, al caldo dopo più di 24 ore di volo, mentre alla partenza da Catania eri sommersa di maglioni e giubbotto, stivali e ombrello, quel sorriso alla vista dell’ennesimo ragazzo mutilato, inizia a sbiadire.
La prima cosa che pensi, oltre ogni assurda logica plausibile, é che potrebbero essere vittime della guerra tra i Tamil e Indiani e invece no, scopri l’assurdo, vengono mutilati alla nascita per garantirsi di poter sfamare le famiglie grazie all’elemosina chiesta ai turisti… da qui in poi il viaggio è diventato altro.

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Viaggiare cosa significa?

Io non ho la risposta, forse altre domande intorno a questa, ma posso dire che il viaggio serve a riflettere, ad esternare, a perdersi e a ritrovarsi in un girotondo intorno a questo mondo che non smette mai di girare intorno a noi.

Trovare le domande e non le risposte. Sì, questo sì che mi piace.

Lo spostarsi da un punto A a un punto B, non crea soltanto traiettorie, ma esperienze, belle, giuste, piccole e grandi che siano.

Oggi da quel punto A mi sono ritrovata a rivivere, sfogliando la piccola guida sullo Sri Lanka lasciata nel cassetto, un souvenir ‹suvnìir› s. m., fr. [dal lat. subvenire «venire in aiuto»]. – Oggetto che si riporta come ricordo da una località in cui si è fatto un viaggio… straordinario, vissuto, scaduto in 15 rullini.

Adriana Harej

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23.05.1992
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3 weeks ago

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